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IL CARNISMO E LA CONSUETUDINE DI MANGIARE CARNE

di Alessandra Verducci


maialino-baubauC’è un paradosso alla base delle nostre abitudini alimentari. Mentre proviamo sdegno all’idea di mangiare carne di cane, gatto o delfino, nulla ci impedisce di addentare carne di mucca, maiale, pecora o pollo. Perché facciamo questa discriminazione? Anche la mucca e il maiale sono esseri senzienti, che provano quindi emozioni e sentimenti, proprio come il cane, il gatto e il delfino. Eppure, la costrizione innaturale della mucca e del maiale negli allevamenti lager e la loro successiva soppressione a fini alimentari non ci turba, non tanto quanto ci sconvolgerebbe stipare migliaia di cani e gatti all’interno di una struttura al solo scopo di macellarli per poi mangiarli. Perché siamo più sensibili, empatici e paladini nei confronti di una determinata specie e ingiustificatamente indifferenti nei confronti di un’altra? La psicologa americana Melanie Joy risponde sostenendo la teoria del “carnismo”. Con questo termine è definita un’ideologia violenta che giustifica, per consuetudine, l’uccisione di alcuni animali e permette di mangiarne la carne senza troppi rimorsi di coscienza. Il carnismo si fonda sulla “dittatura della consuetudine”, che abitua ad accettare le cose e gli eventi perché “così sono”, punto e basta. Per questo motivo acconsentiamo all’uccisione di vitelli, maialini e agnelli senza scandalizzarci troppo, quando invece, più naturalmente, proprio perché ‘piccoli’ in evoluzione, dovremmo essere portati a difenderli. Attraverso il meccanismo della rimozione, sempre per Melanie Joy, neghiamo a noi stessi l’eccidio di miliardi di animali destinati al consumo alimentare. Sarebbe il sistema in cui siamo immersi a promuovere tale meccanismo, offuscando le coscienze fino a persuaderci che mangiare carne, anche più volte durante il giorno, sia salutare, normale e necessario. L’assunto dell’ideologia carnista difatti, secondo cui la carne sarebbe essenziale, ineliminabile dalla nostra alimentazione e quindi necessaria, è dovuto a un condizionamento sociale, fondato su una consuetudine consolidatasi nel tempo, e cioè: che l’uomo ha la “necessità” di nutrirsi di carne per sopravvivere. Di fatto, però, non c’è nessuna costrizione fisiologica ad imporre tale necessità. Questo perché l’uomo non è un carnivoro, bensì un onnivoro, e mangia dunque carne per scelta. Scelta, forse, troppo spesso motivata dalle abitudini e dalle suggestioni sociali.